“La vita non è un peso” è lo slogan della campagna nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari che includono in particolare l’anoressia, la bulimia nervosa e il “binge eating”, (disturbo da alimentazione incontrollata) promossa dal Ministero della Salute in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, che si celebra il 15 marzo.
Il Fiocchetto Lilla è infatti il simbolo scelto per dare visibilità alle iniziative e rappresentare l’impegno nella prevenzione, nel sostegno e nell’ascolto delle persone che vivono queste difficoltà insieme alle loro famiglie.
Malattie come anoressia e bulimia rappresentano un problema di salute pubblica globale, soprattutto tra i giovanissimi, e insorgono spesso già prima dell’adolescenza.
In Italia, circa 3 milioni di persone sono affette da disturbi alimentari, rappresentando il 5% della popolazione e il 70% degli adolescenti. Questi disturbi colpiscono prevalentemente le donne (90%), ma la loro incidenza è in aumento anche tra gli uomini, determinando un forte impatto sulla qualità della loro vita e delle loro famiglie. Questi disturbi non riguardano solo il rapporto con il cibo, ma sono malattie complesse che coinvolgono aspetti psicologici, sociali e biologici e possono compromettere seriamente la salute fisica e mentale annullando identità, emozioni e relazioni.
Le campagne di sensibilizzazione non servono solo ad informare, ma a rompere il silenzio e lo stigma che spesso circondano queste patologie.
I Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) sono caratterizzati da una persistente alterazione della percezione corporea e dalla focalizzazione del pensiero e del comportamento sul controllo del proprio peso e delle forme, che portano a creare danni alla salute fisica o al funzionamento psichico di chi ne soffre. I Disturbi del Comportamento Alimentare presentano apparenti differenze nei comportamenti alimentari, ma condividono una natura comune che si manifesta attraverso un rapporto complesso con il cibo.
Per chi soffre di DCA, il cibo assume un valore che va oltre il mero aspetto calorico e diventa un mezzo per esprimere un disagio interiore profondo. Le scelte di digiunare, abbuffarsi o controllare rigidamente l’alimentazione non riguardano solo il peso o l’immagine corporea, ma riflettono tentativi di affrontare e comunicare un malessere psicologico.
Spesso, chi ha un DCA trova difficile verbalizzare il proprio dolore e il comportamento alimentare diventa un modo per esprimere vuoti affettivi e insicurezze. In questo senso, la relazione con il cibo è una manifestazione di un disagio emotivo e psicologico che trascende il semplice atto di mangiare o non mangiare.
Tra gli elementi che possono contribuire allo sviluppo di questo disturbo troviamo:
- pressioni sull’aspetto fisico
- modelli estetici irrealistici diffusi da media e social-network
- commenti o giudizi sul peso o sul corpo.
Ecco perché bisogna fare attenzione al linguaggio che utilizziamo tutti i giorni. Frasi apparentemente innocui sul peso, sulle calorie o sull’aspetto fisico possono contribuire a costruire un rapporto problematico con il corpo soprattutto negli adolescenti.
SEGNALI A CUI PRESTARE ATTENZIONE
Gli aspetti da considerare con particolare attenzione sono:
- notevole riduzione del peso;
- mancata volontà di aumentare il peso corporeo;
- stato di digiuno o semi-digiuno;
- condotte di eliminazione associate (es. vomito);
- difficoltà emotive, ansia o bassa autostima;
- abbuffata incontrollata e altri comportamenti disfunzionali (l’estenuante attività fisica, l’assunzione di lassativi o diuretici, il ricorso a solo cibi dietetici, ecc).
Aiutare una persona con un disturbo alimentare non è semplice, ma ci sono piccole cose che se portate avanti con amore possono essere un grande aiuto per chi soffre di disturbi alimentari:
- ascoltare senza giudicare: cercando di capire cosa sta vivendo senza fare critiche e rispettare i suoi confini.
- focalizzarsi sulle emozioni: concentriamoci su come si sente la persona e cerchiamo di mostrare empatia affinché possa esprimere il suo bisogno di aiuto.
- utilizzare le risorse giuste: chiedere aiuto agli esperti è la soluzione migliore
L’approccio al trattamento dei disturbi dell’alimentazione è multidimensionale, interdisciplinare, integrato e coinvolge diverse figure professionali dell’area sanitaria, tra cui il medico di medicina generale o il pediatra che, in relazione alle informazioni raccolte può indirizzare la persona verso i servizi specialistici. Per questo motivo in ogni ASST è stata costituita, all’interno del Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze, una equipe multidisciplinare specifica per i DNA e per attuare altre azioni, l’I.S.S. ha avviato nel 2026, il primo sistema nazionale di monitoraggio epidemiologico dei disturbi alimentari che raccoglierà dati su ricoveri, accessi al pronto soccorso e mortalità legati a queste patologie.

