Domani sarò di nuovo seduta al tavolo di una commissione degli Esami di Stato e oggi sento la necessità di un piccolo sfogo.
Nella mia carriera di docente di inglese ho partecipato a diverse (non tantissime) sessioni d’esame e ho sempre considerato questo incarico un dovere professionale, ma anche un momento importante di restituzione del lavoro svolto durante cinque anni di scuola.
Eppure, ogni anno che passa, faccio sempre più fatica a riconoscere negli Esami di Stato, anzi no, di Maturità, quel rito di passaggio che per generazioni ha rappresentato una “vera” verifica di maturazione culturale e personale.
I nostri studenti arrivano in prima superiore poco più che adolescenti. Si tirano ancora le palline di carta e ti chiedono qual è il titolo quando proponi esercizi da fare sul quaderno. Noi li accompagniamo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino all’età adulta. In questi cinque anni li vediamo crescere, sbagliare, migliorare, acquisire competenze e consapevolezza (non tutti, ma va beh…). L’esame finale dovrebbe essere il momento in cui tutto questo percorso emerge e trova una sintesi. Sempre più spesso, invece, sembra trasformarsi in una procedura burocratica da completare nel modo più rapido e indolore possibile.
Quest’anno, con una commissione composta da quattro commissari anziché sei, si assiste a un ulteriore ridimensionamento dell’esame. In molti indirizzi gli studenti sosterranno prove e colloqui solo su alcune discipline, mentre altre, pur avendo accompagnato il loro percorso per cinque anni, resteranno completamente fuori dalla valutazione finale. Da docente di inglese non posso non osservare che ci saranno studenti che conseguiranno il diploma senza essere mai chiamati a dimostrare le competenze linguistiche acquisite nel corso dell’intero quinquennio.
Nel frattempo, il lavoro delle commissioni continua ad essere appesantito da una mole crescente di adempimenti formali: verbali, registrazioni, firme, controlli e procedure che sembrano talvolta assumere più importanza della sostanza educativa dell’esame stesso. La preoccupazione principale rischia di diventare quella di non commettere errori amministrativi, piuttosto che quella di valutare in modo significativo ciò che gli studenti sanno e sanno fare.
Poi arriva il momento dei voti. Ore di discussione per attribuire punteggi che dovrebbero distinguere livelli diversi di preparazione, pur sapendo che la bocciatura all’esame è ormai un evento eccezionale. Così il voto finale continua a mantenere un peso simbolico enorme, mentre la sua capacità di rappresentare realmente le differenze tra i candidati appare sempre più debole.
Anche le prove scritte mostrano le contraddizioni del sistema. Da una parte si parla di personalizzazione dei percorsi, autonomia scolastica e valorizzazione delle specificità territoriali; dall’altra si propone una prova uguale per tutti, indipendentemente dal contesto in cui gli studenti hanno studiato e dalle opportunità che hanno avuto durante il loro percorso.
Il problema vero, però, emerge spesso dopo il diploma. Quando molti ragazzi si confrontano con l’università, con il mondo del lavoro o semplicemente con le richieste della vita adulta, scoprono che il voto ottenuto all’esame non sempre corrisponde alle competenze effettivamente possedute. E allora ci si chiede se l’Esame di Maturità stia davvero certificando una maturità raggiunta oppure soltanto sancendo la conclusione formale di un percorso scolastico. E allora, in tal caso, se proprio dobbiamo risparmiare, eliminiamolo definitivamente.
Nonostante tutto, domani sarò al mio posto. Sarò lì a valutare i miei ragazzi che conosco da 3 anni e che, a essere sincera, potrei valutare già adesso senza nessun esame finale. Ma sarò lì al mio posto, perché continuo a credere nei miei studenti e nel valore dell’insegnamento, un po’ meno nella scuola com’è adesso. Ma proprio per questo credo che dovremmo avere il coraggio di interrogarci sul significato che vogliamo attribuire all’esame conclusivo del loro percorso. Perché un esame che non mette realmente alla prova rischia di non essere più un esame. E una scuola che rinuncia a valutare seriamente rischia di rinunciare anche a una parte della propria missione educativa.
Io faccio un grosso in bocca al lupo a me stessa, per i ragazzi andrà sicuramente tutto bene.
